La notte non è un fenomeno naturale che cala alla fine del giorno, ma un costrutto artificiale fatto di orari di apertura e chiusura, listini prezzi, tabelloni, abitudini e lampioni. Lo sostiene lo storico del design Lucius Burckhardt, e la sua tesi è il punto di partenza di una riflessione che attraversa decenni di architettura, arte e vita notturna. La notte, in altre parole, è un insieme di decisioni — molte delle quali commerciali — su quando ci è permesso restare svegli, dove possiamo andare e quanto ci costa rimanere.

Già nel 1953 Ivan Chtcheglov, diciannovenne, aveva intuito le conseguenze di questa trasformazione nel Formulario per un nuovo urbanismo, testo febbrile destinato a diventare un documento fondativo dell'Internazionale Situazionista. La luce artificiale aveva bandito il buio, l'aria condizionata le stagioni. L'alba stava scomparendo, e con essa il fascino della notte e dell'estate. Gli abitanti delle città credevano di essere sfuggiti alla «realtà cosmica», ma non avevano ricevuto nulla in cambio: nessuna espansione corrispondente della vita onirica. «I sogni nascono dalla realtà e in essa si realizzano», scriveva.

Negli anni Novanta un gruppo di scienziati russi propose di mettere in orbita un enorme specchio per riflettere la luce solare sul lato oscuro della Terra, allungando la giornata lavorativa e riducendo i costi dell'illuminazione urbana. Nel 1992 il test riuscì. Tra le obiezioni, quella che il cielo notturno sia un bene comune e che vedere le stelle sia un diritto umano che nessuna azienda dovrebbe poter spegnere. Eppure, come racconta Jonathan Crary nel suo libro sul sonno e il tardo capitalismo, questo diritto è già violato per metà della popolazione mondiale, che vive in città avvolte in una penombra continua di smog e illuminazione intensa.

Lo specchio non fu mai installato, ma la logica che lo animava non aveva bisogno di un satellite. Negli decenni successivi lo stesso impulso si è fatto strada dallo spazio pubblico alle ore stesse, e infine al corpo. I telefoni ci dicono quanto e come abbiamo dormito, gli orologi contano passi, calorie e minuti in piedi, i feed sanno cosa cliccheremo prima di noi. Le giornate sono misurate, ottimizzate e sempre più prevedibili, e quasi tutto ciò che guardiamo arriva già ordinato, classificato in base alla probabilità di trattenerci. Non siamo mai stati esposti a così tante immagini, e raramente ci siamo sentiti meno incantati.

Guy Debord, alla guida dei situazionisti, diede un nome a tutto questo nel 1967: lo spettacolo. Non sono le immagini in sé, ma ciò che ha silenziosamente preso il posto delle cose che accadevano direttamente tra le persone. Prima un'economia che insegnava a misurare una vita per ciò che possiede invece che per ciò che è, poi un ulteriore slittamento, fino a quando non ha più contato l'avere ma l'apparire. Tutto ciò che è vissuto direttamente recede nella rappresentazione, e dello spettatore Debord scriveva che più contempla, meno vive.

Non mancano le cose da guardare. Tra stanze immersive, festival di luci e pop-up costruiti per la fotografia, lo spettacolo disponibile è più abbondante che in qualsiasi altro momento della storia, e gran parte non chiede altro che presentarsi e scattare. Quello che sembra mancare è lo spettacolo che non si può scrollare via, con una posta in gioco reale e un finale incerto, più vicino a un rito che a un prodotto. Forse non siamo sopraffatti dallo spettacolo: ne siamo affamati.

«Non vedrai mai la hacienda. Non esiste. La hacienda deve essere costruita», scriveva Chtcheglov in quello stesso testo del 1953. Trent'anni dopo i Factory Records presero la frase e la diedero a un nightclub di Manchester, affidandone gli interni a Ben Kelly, che li costruì con materiali presi dall'esterno — strisce di pericolo, paracarri, la segnaletica di una città industriale in funzione — portati dentro e riadattati per il ballo. Kelly voleva che chi entrava potesse «quasi prendere possesso del luogo». E così fu: la Haçienda ha una buona pretesa di essere la stanza dove è nata la cultura rave britannica. Ha chiuso dopo quindici anni, è stata demolita, e oggi sul sito ci sono appartamenti venduti con il suo nome.

L'Italia era arrivata prima. Una generazione di giovani architetti che negli anni Sessanta attaccava il modernismo scoprì che la discoteca era una delle poche cose che potevano davvero costruire, e riempì quelle sale di proiezioni, performer e, in un caso, di un orto. Luce, rumore e folla diventavano materiali da costruzione. Il Gruppo 9999 realizzò lo Space Electronic a Firenze, trasformando lo spazio notturno in un laboratorio di progettazione totale, dove l'architettura non si limitava a contenere la festa ma la produceva.

Autore

Design e casa

Alessandro Ruggeri — design e casa, Stile Aperto.