Nel nuovo film di Alejandro González Iñárritu, Digger, la scenografia non è uno sfondo ma un vero e proprio strumento di racconto. A circa mezz'ora dall'inizio, un albero modello cade, una sezione di quella che sembrava una collina si apre e un uomo gigantesco esce per raccoglierlo, mentre la troupe invade l'inquadratura. Il regista urla istruzioni, Tom Cruise abbandona l'accento texano e tutto ciò che lo spettatore ha visto fino a quel momento si rivela essere una prova tecnica per il venticinquesimo anniversario di una pièce teatrale intitolata Fossil Fools.
Cruise interpreta Curtis Markson, un attore che nella finzione scenica veste i panni del barone del petrolio Digger Rockwell. La pièce racconta la catastrofe ambientale e climatica globale causata da Rockwell, l'uomo più potente del mondo, attraverso una trivellazione in Groenlandia che libera una gigantesca piattaforma di ghiaccio verso l'Europa e sommerge le coste di tutto il pianeta. Il colpo di scena è innanzitutto visivo: arriva non attraverso un dialogo, ma con l'ingresso in scena di un tecnico che si occupa dell'albero caduto.
Il mondo di Digger è stato costruito dai production designer Dennis Gassner e Richard Johnson. Gassner, sette volte candidato all'Oscar per la migliore scenografia e vincitore con Bugsy, ha firmato film come Barton Fink, Road to Perdition, Blade Runner 2049 e le pellicole di James Bond dell'era Craig. Il credito più significativo in questo contesto resta The Truman Show, dove aveva costruito una città che si scopre essere un set. In Digger, però, la dinamica si ribalta: Truman non sa di vivere dentro un set mentre il pubblico lo scopre nei primi minuti, mentre in Digger ogni attore sulla scena sa esattamente dove si trova ed è lo spettatore a non essere ancora stato avvisato.
Il primo mondo che vediamo è la lussuosa villa di Digger Rockwell, dove l'uomo si sveglia accanto a una finestra che inquadra un paesaggio degno di un dipinto di Albert Bierstadt, con alligatori imbalsamati fissati al soffitto e specchi a figura intera bordati di corna che lo ripetono all'infinito. Ogni elemento della casa costruisce il ritratto di un uomo mostruoso, e di una mostruosità lontana dalla vita dello spettatore. È la disposizione più antica del cinema: un cattivo nel suo covo, un disastro da lui causato che si consuma altrove, e una quarta parete che tiene tutto a distanza di sicurezza. La scenografia fa ciò che lo spettacolo ha sempre fatto: rende una catastrofe guardabile collocandola da un'altra parte.
Poi l'albero cade e per alcuni minuti il film offre un alibi. Una volta compreso di aver assistito a una messa in scena teatrale, l'artificio della mezz'ora precedente smette di essere un difetto e diventa una firma autoriale. Maggie, la gatta geriatrica e monocola di Digger, è un animatrone volutamente evidente in un film che avrebbe i mezzi per rendere un gatto realistico. Compaiono miniature con le giunture in vista, nuvole e aerei attraversano il cielo sostenuti da bastoni. Nulla è stato lasciato al caso: tutto è stato progettato intenzionalmente.
La palette cromatica segue lo stesso ragionamento. Iñárritu cita Vermeer e il pittore danese Vilhelm Hammershøi per il colore, e Hopper e Rembrandt per il contrasto. Hammershøi è quello che si riconosce chiaramente sullo schermo: una carriera spesa su interni grigi quasi vuoti, due o tre note di colore permesse e mai di più, porte che si aprono su altre porte. Iñárritu descrive quel grigio come uno strumento più che un'atmosfera, spiegando che man mano che Digger prende il sopravvento sulla narrazione, il colore svanisce. Così la pièce appare prosciugata e il retroscena vivo, e il contrasto è rassicurante in modo quasi fisico. Il grigio è dove vive la finzione, il colore è dove si trova la realtà, e la realtà sembra reggere.
Il terzo livello toglie anche quell'alibi. Fossil Fools non è un'invenzione: Digger Rockwell è stato un uomo reale, il disastro è realmente accaduto, e il personaggio che finanzia la produzione si scopre essere suo nipote, che mette in scena la catastrofe della propria famiglia per un pubblico pagante. La scenografia non è un gioco strutturale ma uno strumento di misura della distanza tra spettatore e spettacolo, e nell'arco di due ore quella distanza si riduce fino ad annullarsi.
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