Per Paola Pivi la musica non è quasi mai una fonte di ispirazione né un sostegno alla concentrazione. Quando si blocca in un progetto, la sua reazione è semplice: «Agisco. Mi muovo. Cerco. Dispero». La musica entra nella sua vita da un'altra porta, fatta di ricordi della tv italiana di notte, di canzoni che la riportano agli anni Novanta e delle esibizioni dal vivo del marito, il compositore Karma Culture Brothers. Pivi non cerca musica quando lavora e, come dice lei stessa, non la suona e non la cerca.
Nella rubrica designboom listens, dedicata ogni settimana alla musica che accompagna il lavoro creativo, l'artista italiana ripercorre le canzoni che le sono rimaste addosso, quelle che oggi fatica a sopportare e le ragioni per cui ritiene che musica e arte visiva operino su piani diversi. Pivi descrive le strutture delle canzoni tradizionali come troppo rigide, con i loro ritornelli, i ponti e le strofe che si ripetono secondo uno schema prevedibile, e dichiara di preferire la musica sperimentale, più libera e meno costruita. Sostiene inoltre che lo stesso brano possa suonare in modo completamente diverso a seconda di come e dove lo si ascolta.
Un esempio è Summer on a Solitary Beach di Franco Battiato, riascoltata di recente attraverso il sistema di diffusione a 24 canali di Voce, lo spazio dedicato al suono e alla musica alla Triennale di Milano, curato da Carlo Antonelli. Qui la musica diventa, secondo Pivi, una massa fisica e densa che occupa lo spazio. L'ascolto le ha riportato alla mente un viaggio in auto di molti anni prima, con la precisione di una macchina del tempo. Quando però ha cercato lo stesso brano online, per verificare una citazione, lo ha trovato fastidioso e inquietante. Questa sensibilità alle condizioni in cui si vive un'esperienza attraversa anche il suo modo di pensare all'arte.
Tra i ricordi più forti c'è Non è la Rai, il programma trasmesso in Italia negli anni Novanta, con un gruppo di ragazze che passavano insieme i pomeriggi davanti alla telecamera. Pivi ricorda di averle trovate disinvolte e interessanti, in un modo quasi storto, e nel frattempo si rivede da giovane davanti allo schermo, mentre la canzone La mia storia tra le dita di Gianluca Grignani la riporta a quel momento preciso. Anche Because the Night di Patti Smith ha un posto particolare: nei primi anni Novanta, ogni notte verso le due, segnava la fine della programmazione e l'inizio di Fuori orario, il contenitore di Enrico Ghezzi con film spesso difficili da guardare, accompagnati dalle immagini del film muto L'Atalante di Jean Vigo.
Quando si parla di arte visiva, Pivi insiste sulla differenza di tempi. Parlando di Leoni, 68,000 Watts of Light, installazione con dodici grandi luci che modificano la percezione di chi guarda, mette in discussione l'idea di accompagnare un'opera visiva con una colonna sonora: «Perché la musica ha bisogno di tempo, mentre l'arte visiva è immediata». Un'opera si offre allo sguardo in un istante, mentre una canzone chiede di essere attraversata, e per questo, nel suo ragionamento, i due linguaggi non si possono sovrapporre senza perdere qualcosa.
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