Come si progetta una casa che non isoli chi la abita? È la domanda che attraversa i due episodi del podcast Room for Utopias, registrato durante designboom.paris in collaborazione con INDX|GLOBAL, dedicato ad alcuni architetti e designer indiani impegnati a ripensare la vita in comunità, la disposizione degli spazi e il rapporto con il cliente. Le conversazioni, moderate dal caporedattore di designboom Iñaki Laguardia, esaminano come le scelte di layout possano allontanare oppure avvicinare le persone.
Il terzo episodio riunisce quattro professionisti: Adreesh Chakraborty di The Earth Home, Supriya Thyagarajan di Perkins Eastman, Priyanka Arjun di Priyanka Arjun & Associates e Sahir Choudhary di ZH Collective | Habitat Architects. Il punto di partenza è biologico. Chakraborty ricorda che la mente umana resta predisposta a gruppi sociali di circa 150 persone, e osserva che in una metropoli con più di diecimila abitanti è impossibile sentirsi davvero legati agli altri. Per ridurre questa distanza propone di spostare la vita sociale dalla porta d'ingresso affacciata sulla strada verso i giardini posteriori, permeabili, e di inserire orti condivisi e percorsi ciclabili dietro le file di case, così che i vicini possano incontrarsi senza interruzioni dovute al traffico.
Thyagarajan insiste sul fatto che una comunità nasce quando le persone si riconoscono nello spazio e se ne sentono responsabili. «Se si identificano con il loro spazio, allora lo sentono proprio», afferma, e aggiunge che così si diventa custodi invece che semplici consumatori. Per questo suggerisce di suddividere le grandi torri residenziali in gruppi più piccoli, di circa trenta persone, e di rendere più accoglienti gli spazi di servizio, come le lavanderie, con luce e calore, in modo da favorire incontri casuali. Arjun richiama invece il ruolo dei luoghi collettivi del passato, come i templi e le piazze, e sostiene che oggi servano punti di riferimento capaci di dare identità a un quartiere. Sulla sostenibilità chiede moderazione e adattabilità: «Dobbiamo costruire per essere adattabili, perché tutto cambia così in fretta».
Choudhary critica la logica speculativa che riduce l'abitare a pile ripetitive e redditizie, e sottolinea come la stessa parola «appartamento» descriva una vita separata dagli altri. Propone di modellare i programmi sulle abitudini quotidiane delle diverse generazioni, dalle aree gioco sicure e visibili per i genitori giovani ai percorsi lenti con soste per il tè pensati per gli anziani. Avverte inoltre che gli edifici rigidi, costruiti su griglie strutturali economiche e incapaci di trasformarsi nel tempo, finiscono quasi sempre per essere demoliti troppo presto.
Il quarto episodio, dedicato alla psicologia nascosta della pratica architettonica, cambia prospettiva e si concentra sul rapporto tra architetto e committente. Con Laguardia dialogano Parag Singal di Parag Singal Architects, Lakshmi Sravanthi Kolluri di EssEnn Architects e Pranav Iyer di Ground 11 Architects. Singal descrive il progettista come un ascoltatore empatico, che deve comprendere lo stile di vita di una persona prima di posare la prima pietra. Lo studio di Singal usa un metodo chiamato «analisi NDFF», che mappa bisogni, desideri, paure e frustrazioni del cliente attraverso conversazioni informali e senza un'agenda precisa, spesso davanti a un caffè. «Gli architetti sono realizzatori dei sogni delle persone», sostiene, sottolineando che la fiducia non si costruisce con tempi rapidi.
Kolluri vede l'architetto come uno sguardo esterno e oggettivo, capace di andare oltre le immagini di riferimento che i clienti portano spesso con sé, guidati da richieste fisse e dettate dalle mode. Il valore del progettista, a suo dire, sta nel prevedere come un edificio funzionerà per decenni, non per una stagione. Insieme, i due episodi delineano una visione in cui la buona architettura non si misura solo dalla forma, ma dalla capacità di far incontrare le persone e di accompagnare i loro bisogni nel tempo.
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