Le donne usano meno l’intelligenza artificiale rispetto agli uomini, e questa differenza di abitudini rischia di tradursi in un divario sempre più ampio. Il tema è al centro di un approfondimento che raccoglie il punto di vista di alcune esperte, chiamate a spiegare le ragioni del fenomeno e a indicare la strada per costruire un’AI più equa.
Il primo nodo riguarda l’accesso e la familiarità con questi strumenti. Non si tratta soltanto di saper usare un’applicazione: contano la fiducia nelle proprie capacità, il tempo a disposizione e il contesto in cui si impara a usare la tecnologia. Dove la formazione digitale è stata meno incoraggiata, o dove il linguaggio dei chatbot e delle piattaforme sembra pensato per un pubblico diverso, la distanza tende a crescere e a consolidarsi nel tempo.
Le conseguenze, secondo le esperte interpellate, vanno oltre la semplice curiosità tecnologica. Chi utilizza meno l’intelligenza artificiale rischia di restare indietro su competenze che nei prossimi anni potrebbero diventare decisive per il lavoro, la formazione e la vita quotidiana. Il gender gap, già presente in molti ambiti, potrebbe così ricevere una nuova spinta, con effetti che si sommano a quelli già esistenti nell’accesso alle opportunità professionali.
Per questo, sottolineano le specialiste, la questione non può essere affidata solo alle singole persone. Servono strumenti progettati tenendo conto della diversità degli utenti, dati di addestramento più rappresentativi e percorsi di apprendimento accessibili a tutti. Un’intelligenza artificiale più equa, in questa prospettiva, non nasce per caso: è il risultato di scelte di design, di sviluppo e di formazione che coinvolgono chi crea la tecnologia e chi la usa.
2